Il nome alle cose

Una calda notte italiana, nel cortile dei miei nonni, la cittadina di Manfredonia, nel Gargano, sperimentò un black-out totale. Per la prima volta in vita mia vidi la Notte. Alzai lo sguardo, poiché il Buio benediceva ogni cosa e vidi il Cielo. Fu la prima volta che lo chiamai così.

Rapito, mi ingurgitava in un abisso di luci e rotazioni, disegni e incredibili geometrie. La bellezza terribile e insostenibile per un bambino di periferia già abituato a vedere la morte e le brutture del contemporaneo consumista, rovina delle rovine, pareva spalancare le porte di ogni morte che aveva ghermito il mio corpo: in qualche modo, quella meravigliosa Sapienza mi apparteneva e, ancor più, io appartenevo a lei, come ai monti e al mare che quotidianamente vedevo stuprare.

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Naturale o Artificiale?

Una foglia: naturale.
Un sacchetto di plastica: artificiale.
Il veleno del serpente: naturale.
Un’auto: artificiale.

Bene, la catalogazione sembra facile.

Vitamina C nell’arancia: naturale.
Acido ascorbico nei biscotti: artificiale
E300: artificialissimo!

Ma è sempre lo stesso acido ascorbico altrimenti noto come vitamina C che nella classificazione internazionale degli additivi si chiama E300! Sì, ma… Provo a leggere in un vocabolario online la voce “artificiale”, magari mi aiuta:

“Ottenuto con accorgimenti o procedimenti tecnici che imitano o sostituiscono l’aspetto, il prodotto o il fenomeno naturale: bellezza a., ottenuta con cosmetici e truccature; fiori a. (o finti), imitati con stoffa o carta colorata o plastica; mano, gamba a., costituiti da una protesi.”

Mi viene un sospetto: che sia mal posta la domanda?
Ha poi senso voler fare una distinzione tra naturale ed artificiale?

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Verso un cosmo raccontabile

Pubblichiamo la seconda parte del viaggio di riflessione tra i social media e una nuova idea della scienza (la prima è reperibile qui).  Come già scritto, il testo  prende le mosse da un intervento dello scrivente presso la sede di Frascati Poesia, tenuto in data 10 aprile 2018. 

L’uomo. Ecco il grande escluso dalle moderne teorie cosmologiche. Ecco il grande furto a cui urgentemente porre riparo: c’è da riconsegnare il cosmo all’uomo. Dare all’uomo – ad ogni uomo – un modello di universo comprensibile, pensabile, lavorabile. Raccontabile, anche nei social. E soprattutto, portatore di senso.

La partita è fondamentale: un cosmo non raccontabile è un cosmo in cui il disagio di non poter tracciare una storia diventa angoscia, timore del nulla, si veste di senso di impotenza, si colora di paura dell’ignoto. Come da piccoli, la voce del papà e della mamma scavavano un percorso rassicurante nel buio della notte, confortando il nostro cuore impaurito, così l’umanità è sempre “piccola” – ovvero sempre in crescita – e desiderosa di ricavare un sentiero nel cosmo: per vedere il buio non più come oscurità, ma come un silenzio trattenuto, delicatamente trapuntato di stelle. Come scrivono Leonardo Boff e Mark Hataway, nel volume Il Tao della Liberazione,

“abbiamo smarrito una narrazione onnicomprensiva che ci dia l’impressione di avere un posto nel mondo. L’universo è diventato un luogo freddo e ostile, in cui dobbiamo lottare per sopravvivere e guadagnarci un rifugio in mezzo a tutta l’insensatezza del mondo”

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Facebook e la nuova scienza

Decliniamo in due puntate un viaggio di riflessione tra i social media e una nuova idea della scienza. Il testo che leggerete prende le mosse da un intervento dello scrivente presso la sede di Frascati Poesia, tenuto in data 10 aprile 2018. 

In questa prima parte, muoviamo da una semplice evidenza, che informa peraltro tutta la trattazione, la percorre anzi come sottotraccia: siamo in un momento particolare, nella storia del mondo. Momento che si configura davvero come un cambiamento d’epoca, come dice anche papa Francesco: “si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”, ci avverte, facendo peraltro propria la percezione diffusa in molti acuti osservatori, a qualsiasi fede e professione culturale facciano riferimento.

Se possibile, l’attualità di questo tema è diventata ancor più stringente, per lo scandalo relativo al caso Cambridge Analytica e all’uso (diciamo) “spensierato” di dati personali al fine di manipolare ed orientare le nostre scelte, non soltanto in ambito merceologico, ma anche in occasione di eventi importanti come le elezioni politiche. Questo ha esposto un vulnus, una ferita che riguarda noi tutti, perché noi tutti ci sentiamo in una certa misura invasi e offesi. Una ferita dalla quale dobbiamo e vogliamo imparare, lentamente, a guarire. Anche attraverso un nuovo e diverso rapporto proprio con Facebook, e con i social media in generale.

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La preziosità di un atto terapeutico

“Ho comprato la confezione da 36: in famiglia conviene averne quando serve!” – dice la protagonista della pubblicità, mostrando orgogliosa all’amica il suo nuovo acquisto. Sembrerebbe trattarsi di fazzoletti di carta o di fette biscottate. Invece si tratta di un farmaco antinfiammatorio.

Devo essermi persa qualche puntata nel frattempo. Avevo capito infatti che i farmaci venissero da lontano, come la loro etimologia che racconta la storia di un medicamento che è anche veleno. Pare infatti che non sappiamo curare se non avvelenandoci un po’ con i farmaci, se non mutilandoci un po’ con la chirurgia. Che sia medico o chirurgico, l’atto terapeutico non può evadere quell’ambivalenza che è poi parte dell’esperienza della vita che facciamo sulla Terra.

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Dante e le stelle: un percorso poetico-scientifico…

Questo piccolo percorso tra poesia e scienza è nato per un incontro del progetto “L’isola visionaria” (presso l’I.C. Corradini a Roma), creatura della mia collega Carla Ribichini, in cui era presente l’astrofisico Marco Castellani.

Ho sempre amato la poesia e la sua incredibile versatilità: forse, nessuna applicazione dell’ingegno umano è moderna quanto la poesia. E in quanto applicazione dell’ingegno umano, si è fatta strada in me la convinzione che la poesia si sposi bene con la scienza. Poesia e scienza hanno in comune la ricerca della conoscenza.

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Oltre il principio di inerzia

In questo scritto vorrei dare corpo ad una intuizione poetica riguardante una legge fondamentale della fisica classica: il principio di inerzia.

L’intento non è scientifico, nonostante ormai sappiamo che anche nelle scienze cosiddette esatte è stata sfatata la pretesa di certezza assoluta e incontrovertibile. L’emisfero sinistro del cervello infatti, deputato alle funzioni razionali, di controllo e della volontà, è chiamato ad integrarsi con il destro, sede dell’intuito, dell’intelligenza emotiva e della ricezione passiva.

Questo testo spero possa essere un contributo in questa direzione, nonostante l’apparente stranezza e vaghezza delle riflessioni proposte.

Vi chiedo perciò di immaginare come un piccolo gioco, nel quale lasciarci condurre dalle libere associazioni, mantenendo però vigile l’attenzione e l’accuratezza del pensiero.

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Sereno (un giro immortale)

Siamo giunti all’ultimo gradino del nostro itinerario,  del nostro viaggio tra fisica e filosofia (iniziato dagli antichi greci e approdato infine a  Heidegger). Attraverso le intuizioni di alcuni grandi filosofi abbiamo visto come cambia la visione dell’universo e della realtà in cui viviamo. La fisica contemporanea ci conferma di abitare un mistero del quale non siamo soltanto spettatori, ma co-creatori, attori incarnati, centri focali energetici e vibranti. Siamo universi noi stessi, infinitamente misteriosi.

Conclusioni

Che cosa possiamo dire al termine di questo excursus? Quale visione dell’universo e della realtà emergono dalle parole di questi filosofi? quale connessione essenziale con le scoperte della fisica contemporanea richiede di essere pensata ed elaborata assieme per preparare i presupposti di una nuova cultura?

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Una inaspettata pioggia di stelle

Nell’ora di letteratura, durante la lettura di un brano fantasy, i ragazzi si soffermano perplessi difronte alla parola disastro e alla forte prova di dolore affrontata dal protagonista. Quel dolore risuona tristemente nei loro cuori, chiedono una spiegazione più ampia, vogliono capire e sentirsi rassicurati

Riconosco molto bene quel dolore, sono molti anni che passo tra i banchi e puntualmente lo ritrovo nello sguardo spento e implorante, nella voce strozzata, nel gesto pieno di rabbia, nella parola violenta, nelle  lacrime amare e ribelli. Ciò che più fa male è non riuscire a decifrare l’origine del proprio dolore e sentirsi incapaci di viverlo; un dolore non riconosciuto e non accolto si trasforma in cinismo, rabbia e pericolosa indifferenza.  Solo risvegliando la sua parte più profonda,  l’essere umano può prendersi cura di sé e guarire il dolore.

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