Ricerca scientifica e ricerca di senso: alla ricerca di un dialogo critico

Inauguriamo con il presente contributo i nostri “audiopost”, una sorta di podcast di AltraScienza (per ora ad intervalli irregolari), che presenteremo sempre nella duplice veste di video e testo scritto, per agevolare diverse modalità di fruizione.

Da queste pagine spesso scriviamo con il pensiero rivolto alla scienza, o meglio, agli scienziati, tentando riflessioni che consentano di estendere lo sguardo, oltre la barriera della razionalità logica e calcolante.

Se però si vuole essere presi sul serio, bisogna essere innanzitutto disposti a prendere sul serio il proprio interlocutore, che poi vuol dire ascoltare la sua prospettiva e farsi coinvolgere nelle sue buone ragioni.

Provo a partire nuovamente dalla definizione di conoscenza di Duilio Albarello (già incontrata nel post “Credere e pensare” e nel video “Credere per conoscere”). Secondo questo teologo, “… la conoscenza del reale si rende possibile soltanto tramite il rapporto complesso, che si viene a stabilire tra la spiegazione del funzionamento esatto della realtà e la comprensione del suo giusto senso.”  (“La Grazia suppone la Cultura”, Duilio Albarello, Queriniana 2018, pag 137). La spiegazione del funzionamento della realtà secondo quanto il metodo scientifico permette di raggiungere è passaggio imprescindibile. Il rischio però è che in questi casi i teologi, se continuano a sentirsi depositari esclusivi della competenza sulla comprensione del senso, si ritengano interpellati dalle scoperte scientifiche, ma solo marginalmente, o soltanto là dove le questioni siano meno scottanti. Viceversa, uno scienziato che non si senta il suo lavoro implicato nel senso della realtà è votato ad un meccanicismo pericoloso.

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La danza intima del reale

Sempre più, nell’epoca presente, ci interroghiamo sul nostro rapporto con il cosmo. E’ probabilmente un segno dei tempi. Sempre meno accettiamo di vivere in modo non cosciente appiattiti a livello terra, senza chiederci cosa ci facciamo qui, come siamo legati al turbinoso avvolgersi degli astri e all’espandersi accelerato degli spazi siderali.

Di fatto, la nozione di universo che si espande – relativamente recente nella storia della cosmologia – ha sbalzato fuori l’umanità dagli scenari troppo consolidati che le giungevano acriticamente addosso dai secoli passati, per rinnovare le domande ultime, e potenzialmente per chiamare alla partecipazione attiva ad una avventura che probabilmente ancora non abbiamo disvelato, nei suoi caratteri più emozionanti.

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E’ tempo di cambiare paradigma

Mentre leggevo non credevo ai miei occhi: una presa di posizione tanto netta rispetto all’ormai completa inadeguatezza del paradigma positivista come cornice interpretativa della medicina odierna. Certo è un sociologo che scrive, Ivan Cavicchi, ma è la FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) ad avergli commissionato il lavoro. Si tratta del testo “Stati Generali della professione medica – 100 tesi per discutere il medico del futuro” pubblicato dalla FNOMCeO nel 2018 come base per i suoi Stati Generali.

Per il discorso qui in AltraScienza, il concetto chiave è che la “questione medica”, cioè la crisi della professione medica e della medicina da cui essa emerge, non può essere risolta se ci si ostina nell’ancoraggio anacronistico ad un paradigma positivista che non sa più guidare la conoscenza scientifica nella società attuale. 

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Verso una scienza in relazione

Questa riflessione vuole porsi in continuità ed approfondire il precedente contributo Credere per Conoscere

Le scienze moderne sorte all’interno dell’occidente cristiano, nonostante alcuni conflitti con il potere ecclesiastico (su tutti le vicissitudini di Galileo Galilei), erano tuttavia ben comprese ed inserite all’interno di una visione sapienziale più ampia, come mostrano le riflessioni (diremmo oggi interdisciplinari) dello stesso Galilei, ma anche di Francesco Bacone, Cartesio, Pascal, Locke, Newton, Leibniz, per citarne alcuni tra i più noti. Tutti grandi scienziati e credenti in Cristo. 

Il punto di svolta, che oggi appare a molti come una distanza insormontabile tra scienza e fede, più che ad opera di Kant e dell’Illuminismo, riteniamo che si debba principalmente attribuire alla filosofia positivista di Comte, che ha sganciato le scienze della natura dalle riflessioni metafisiche e teologiche, ritenute oramai come stadi arretrati della conoscenza umana, completamente da superare.

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Credere per conoscere

Continua la nostra riflessione sulla relazione tra il credere e il pensare. Per conoscere davvero dobbiamo farci trovare all’incrocio tra la ricerca del senso e la spiegazione del funzionamento della realtà.

Entriamo dunque ulteriormente dentro questa dinamica con l’aiuto del professor Duilio Albarello, Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Fossano (CN) e docente di teologia fondamentale alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano. Conduce l’intervista Iside Fontana, già nota ai lettori del nostro blog.

Buona visione e buon ascolto!

Credere e pensare: l’uomo tutto intero

Ragione contro Fede e, naturalmente, Fede contro Ragione: sembrano i due contendenti il titolo dei pesi massimi. Agli angoli opposti del ring, si avvicinano armati di guantoni davanti ad un pubblico altrettanto polarizzato che osanna l’uno e fischia l’altro.

Ragione e fede sono però due astrazioni, nomi oggettivanti e perciò semplificanti una realtà molto più complessa, fa notare il teologo Duilio Albarello in “La Grazia suppone la Cultura” (Queriniana 2018). Albarello, nella sua lettura fenomenologica ed ermeneutica, esorta a ricentrarsi sul soggetto e quindi a passare all’azione per così dire, cioè passare ai rispettivi verbi pensare e credere.

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La tua strada, verso le stelle

Quinta ed ultima puntata. Dopo aver risalito la nostra “scala di meraviglia” fino alle stelle, ci lasciamo con qualche considerazione conclusiva, come un piccolo “piano di lavoro” perché quel che abbiamo visto e conosciuto insieme, ci serva per il nostro cammino, nel cosmo.

Così scrive la giovanissima Marika, ”In  un punto  sparso dell’universo  ci siamo io e le mie  possibilità: ogni mia molecola  è unica, capiente di speranza e  saggezza, voglio incamminarmi, fare  un passo in avanti e trovare la mia  luce. Vari stadi di conoscenza evoluta  mi attendono e le stelle aspettano il mio  arrivo.” Frasi di questo tipo aprono davvero la strada ad una nuova percezione del cosmo. Nuova ed antichissima, dove il punto di attrazione, la polarità dominante, non è più il muoversi minaccioso e misterioso di giganteschi blocchi di materia, lo scontro e l’esplosione di astri distanti, il furibondo consumarsi di galassie in uno scenario violento ed incomprensibile, ma è l’universo “amico” e morbido, che lascia spazio, si lascia finalmente capire, si lascia osservare, si svela dolcemente ad uno sguardo delicato, soave. “L’io è l’autocoscienza del cosmo, cioè tutta la realtà è fatta per l’uomo” ci diceva don Luigi Giussani già alcuni anni fa.

Arriviamo così agli ultimi passi, agli ultimi gradini di questa scala del fantastico che abbiamo rozzamente delineato in questi interventi. Arriviamo cioè a confrontarci con il tutto, con la stoffa ultima dell’Universo.

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Un mondo, in costruzione

Quarta puntata. Percorrendo la nostra scala di quel mondo “fantastico” che è esattamente il reale, dopo aver parlato dei pianeti, ora possiamo e dobbiamo giungere fino lì, fino alle stelle. Per scoprire, in modo forse sorprendente, in quale misura dobbiamo proprio a loro quel che siamo, e come siamo…

Un’altra avventura è davvero ripartita in grande stile in questi anni, ed è quella della conoscenza delle stelle, questi oggetti celesti così peculiari (semplici a descriversi nel funzionamento di base e complicatissimi nei dettagli), e così ubiqui nell’Universo. “Dio mio è pieno di stelle!” esclama David Bowman nel capolavoro di Stanley Kubrik, “2001 Odissea nello Spazio” di fronte alla contemplazione della volta celeste. Ma già Dante stesso, molti secoli prima della cinematografia, ricorreva in fondo allo stesso “effetto” per narrare il suo ritorno al mondo naturale, dopo il suo viaggio ultraterreno nelle profondità dell’Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”

L’oggetto “stella” pertanto non riguarda appena gli scienziati, ma tutti  quegli uomini, presenti e completi, che cercano di trovarsi pronti alla sfida conoscitiva del nuovo millennio. Non fosse altro perché il dato di partenza, il banalissimo dato numerico, è che di stelle ce ne sono veramente tante. Le stime, ovviamente, non sono facili, e comportano una serie di assunzioni sullo sviluppo e la geometria dell’Universo, ma potremmo azzardare, con ragionevoli assunzioni, un numero dell’ordine di trentamila miliardi di miliardi. L’imponenza di questa cifra ci istruisce, già da sé stessa,  sull’importanza del “fattore stella”. 

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